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Proprio da questa storia deriva anche lo stemma di Bova, rappresentato da un bue in un campo d'oro. Più tardi fu raffigurata, assieme al bue, anche Madonna con in braccio il Bambinello. |
Calì Pascalìa (Buona Pasqua)

Foglie d’ulivo, tra sacro e profano
In occasione della Santa Pasqua, nel paese di Bova superiore, si preparano delle palme diverse da tutte le altre: sono le papazze. Queste per i Bovesi sono le “palme”, ma in realtà sono composizioni di rami d’ulivo, fiori e frutti di stagione, poiché anticamente la palma non era una pianta diffusa in queste terre.
![]() Realizzata da Gloria Messina |
I vari rami d’ulivo, fiori e frutti venivano e vengono ancora oggi, legati ad una struttura di legno che serve per sostenerla. Alcune composizioni sono realizzate anche con foglie di ulivo e più precisamente con le singole foglie intrecciate pazientemente e con molta abilità, dalle donne del paese, su pezzi di canna, che qui cresce spontanea, vicino ai corsi d’acqua. Quelle più grandi riproducono le madri, mentre le piccole rappresentano le figlie. Queste figure femminili ci ricordano il mito greco di Persefone e di sua madre Demetra, dee legate all’agricoltura. Il Mito racconta che Ades, signore dell’oltretomba, si era invaghito di Persephone e la rapì mentre raccoglieva fiori di campo e la portò nel suo regno sotterraneo. Scomparve così la vegetazione, ma dopo due giorni, per le suppliche della madre Demetra a Zeus, venne stabilito che la figlia tornasse con la madre sulla terra per fare rifiorire i campi, per due terzi dell’anno. |
![]() Realizzata da Carole Vitetta |
Questa usanza ha, dunque, radici antichissime ed è precedente all’avvento della religione cristiana. Risale, dunque, al periodo greco e bizantino ed ha origini del tutto pagane. Anche le papazze sono il risultato di un processo di “assimilazione” e di evoluzione come conseguenza dell’incontro tra due culture diverse, quella greca e quella calabra.
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La domenica delle palme si portano in processione fino al santuario di S. Leo, per farle benedire e poi si portano in processione, lungo le strade del paese. A conclusione della processione, ciascun bovese porta a casa un pezzetto benedetto delle papazze, una “steddha”, da fissare alla porta di casa, sull’albero del proprio podere, o in camera da letto, come segno di benedizione. Delle papazze resterà soltanto la struttura.
Qualcuno ancora oggi utilizza le foglie benedette dell’ulivo per “sfumicari” la casa e tutta la famiglia, cioè togliere il malocchio, (influsso negativo), facendo così: mette sulle braci ardenti tre grani di sale e quattro foglie benedette disposte a croce, recitando che: “ A menza a quattru cantuneri nci fu l’Arcangelu Gabrieli, du occhi ti docchiaru, tri ti sanare, lu Patri, lu Figghiu, lu Spiritu Santu. Tutti li mali mi vannu a mari e lu beni mi veni ccani …”.
Le foglie benedette, anche se vecchie, conservano la loro sacralità e non si gettano mai, ma si inceneriscono nel fuoco