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Anticamente, in queste terre, soprattutto lungo le coste ioniche, i primi coloni Greci vi portarono, oltre ad una fitta rete di attività commerciale, anche la loro lingua così come i loro riti ortodossi. Usarono sistemi di irrigazione e rotazione delle colture per aiutare a risolvere la scarsa fertilità delle coste. Essi coltivarono olivi, uva e fichi, allevavano capre per latte e formaggio. Nelle pianure, dove il suolo era più ricco, coltivavano anche grano per fare il pane e consumavano la carne raramente, soprattutto nei sacrifici religiosi. Oggi si ritrovano di essi tradizioni e cultura nei centri dell’area grecanica, come nei nuovi insediamenti di San Giorgio extra a Reggio Calabria, oppure nei centri marini di Bova, di Condofuri o di Melito di Porto Salvo. |

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Siamo alla Porta del Parco, la porta è l’edificio. In realtà il frantoio è solo la vasca in pietra con le grandi macine.
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ENERGIA : Lasciando cadere l’acqua sulla ruota a persiana si faceva girare la ruota che azionava le macine. Per esempio: ricaricare il cellulare se siamo lontani da abitazioni, uso un piccolo pannellino solare. Oggi si comprano le pile ricaricabili per non contaminare con mercurio l’ambiente. Un altro esempio di sfruttamento dell’energia solare: lampadina con cellula foto-voltaica, che si ricarica alla luce del sole e si accende se c’è buio. Oggi infatti si risparmia l’energia alternativa. Anche l’acqua produce energia, energia pulita.
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Frantoio- notizie storiche: Vi erano due frantoi. Il più grande era del barone e funzionava da febbraio fino alla fine di aprile. Le donne raccoglievano le olive da terra, riempivano i sacchi che giungevano al frantoio e alla fine della raccolta si faceva una grande festa. |
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Il frantoio piccolo era sempre aperto e veniva
usato dagli altri piccoli produttori.
Il mulo trasportava le olive al frantoio che aveva 15, 20 muli per il trasporto. A quel tempo si pagava con l’olio prodotto.
•Oggi le pesiamo al kg, allora si usava la macina che corrispondeva a 200 kg di olive.
Il frantoio piccolo è di 1 macina, quello grande invece di 3 macine, dunque per 6000 kg di olive. Un tempo si utilizzava l’animale per far girare le macine. Solitamente era un bue perché è un animale mansueto, oppure un cavallo; venivano bendati per non distrarsi e giravano continuamente e dopo alcune ore li facevano girare al contrario. Quando l’animale era sfinito veniva sostituito dall’uomo oppure il frantoio si fermava per un pò. |
| Con la ruota il lavoro veniva svolto grazie alla forza dell’acqua e si lavorava notte e giorno, senza interruzione, facendo fare 2 turni agli operai. |
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Le olive macinate, scaricate nelle molazze, formavano una pasta nerastra, che
veniva messa dentro i fiscoli o sporte e poi torchiate (nel torchio in legno), cioè pressate.
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Usciva allora il succo formato da olio ed acqua che veniva raccolto nelle bacinelle, le “baiuzze”. L’olio galleggiava perché si aggiungeva pian piano acqua riscaldata nella caldaia alimentata dalla sansa, la parte solida che rimane.
Ancora prima di questo metodo veniva usato il fiore della canna di palude, che si immergeva nella bacinella e si strizzava ogni volta nell’altra bacinella. La canna assorbiva l’olio, separandolo così dall’acqua. Dopo la metà dell’800 si usava la “piddha”, che alla fine doveva essere di vario diametro, dalla più grande alla più piccola per raccogliere fino all’ultima gocciolina d’olio. |
•Proprio questo enorme lavoro e fatica aumentavano il valore dell’olio. Il Barone invece delle molazze, usava il macinino per l’olio più raffinato , l’olio extrafino.
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| La pasta si pressava dentro i
fiscoli più volte e ciò che rimaneva veniva
messo alla fine nella
centrifuga
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per strizzare l’acqua dall’olio, chiamato olio di sansa, olio di 4° tipo, era nero, non buono per la cucina ma adatto solo a lubrificare gli ingranaggi
Il nocciolo che restava nei fiscoli, alimentava la fornace per produrre acqua calda utile al frantoio, veniva cioè utilizzato come combustibile, chiudendo così il ciclo produttivo, per cui dell’oliva veniva utilizzato tutto. Niente si buttava via.
MISURARE L’OLIO
Un tempo: le unità di misura locali qui erano 1
cavizzu = 12 litri
1 cavizzu era dell’agricoltore, 1 cavizzu del proprietario dell’uliveto, 1 cavizzu era del proprietario del frantoio.
Un’altra unità di misura è un quartuccio = 1Litro e ¼.
Ogni anno a novembre si stabiliva il valore del quartuccio. Una quarticeddha, un tempo, era per chi non aveva soldi, i più poveri, la povera gente, acquistava una quarticeddha d’olio che serviva solo per condire. Era ¼ di olio, cioè 250 ml.
Ad aprile il frantoio chiudeva la produzione di olio, ma continuava a lavorare producendo essenza di bergamotto per le estese coltivazioni locali di questo agrume, che fruttifica solo lungo la fascia costiera della provincia di Reggio Calabria. La sua essenza, fondamentale nell'industria profumiera, si produceva prima di novembre.
Queste sono taniche di spedizione, chiuse e sigillate venivano inviate per posta e servivano per spedire olio o essenza di bergamotto.
A maggio si lavorava alla coltivazione del baco da seta che cominciavano a schiudersi. I bachi venivano acquistati dal nord. Questa coltivazione avveniva spesso in casa e le donne che non avevano incubatrice, chiudevano i bachi dentro un fazzoletto di stoffa che sistemavano nel seno, perché stessero al caldo e si schiudessero. Le foglie del gelso, che erano raccolte nelle campagne vicine, venivano triturare e date ai bachi che se ne cibavano voracemente. Un baco produceva un solo filo di seta lunghissimo.
La seta prodotta veniva spedita a Villa San Giovanni dove si procedeva alla sua lavorazione.
Abbandonato e danneggiato dal tempo, il tetto crollò. Ma nel 2000, dopo un’attenta ristrutturazione, fu riaperto al pubblico come Museo ed è così come lo vediamo oggi, aperto al pubblico.
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