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 Dalla visita guidata al Frantoio-Museo di Bagaladi

abbiamo scoperto ...

 

 

Anticamente, in queste terre, soprattutto lungo le coste ioniche, i primi coloni Greci vi portarono, oltre ad una fitta rete di attività commerciale, anche la loro lingua così come i loro riti ortodossi.

Usarono sistemi di irrigazione e rotazione delle colture per aiutare a risolvere la scarsa fertilità delle coste. Essi coltivarono olivi, uva e fichi, allevavano capre per latte e formaggio. Nelle pianure, dove il suolo era più ricco, coltivavano anche grano per fare il pane e consumavano la carne raramente, soprattutto nei sacrifici religiosi.

Oggi si ritrovano di essi tradizioni e cultura nei centri dell’area grecanica, come nei nuovi insediamenti di San Giorgio extra a  Reggio Calabria, oppure nei centri marini di Bova, di Condofuri o di Melito di Porto Salvo.

 
 
Alcuni paesi dell’area grecanica sono stati completamente abbandonati, altri sono ancora abitati e rappresentano meglio ciò che è sopravvissuto della cultura greca di Calabria, come Roghudi e Gallicianò, che mantengono vive le tradizioni della cultura greco-calabra.
 

 

Visita al Museo

 

 

Siamo alla Porta del Parco, la porta è l’edificio. In realtà il frantoio è solo la vasca in pietra con le grandi macine.

ENERGIA :  Lasciando cadere l’acqua sulla ruota a persiana si faceva girare la ruota che azionava le macine. Per esempio: ricaricare il cellulare se siamo lontani da abitazioni, uso un piccolo pannellino solare. Oggi si comprano le pile ricaricabili per non contaminare con mercurio l’ambiente. Un altro esempio di sfruttamento dell’energia solare: lampadina con cellula foto-voltaica, che si ricarica alla luce del sole e si accende se c’è buio. Oggi infatti si risparmia l’energia alternativa. Anche l’acqua produce energia, energia pulita.

 

 

 

  Frantoio- notizie storiche: Vi erano due frantoi. Il più grande era del barone e funzionava da febbraio fino alla fine di aprile. Le donne raccoglievano le olive da terra, riempivano i sacchi che giungevano al frantoio e alla fine della raccolta si faceva una grande festa.

 

 
Il frantoio piccolo era sempre aperto e veniva usato dagli altri piccoli produttori.

Il mulo trasportava le olive al frantoio che aveva 15, 20 muli per il trasporto.  A quel tempo si pagava con l’olio prodotto.

Oggi le pesiamo al kg, allora si usava la macina che corrispondeva  a  200 kg di olive.

Il frantoio piccolo è di 1 macina, quello grande  invece di 3 macine, dunque per 6000 kg di olive. Un tempo si utilizzava l’animale per far girare le macine. Solitamente era un bue perché è un animale mansueto, oppure un cavallo; venivano bendati per non distrarsi e giravano continuamente e dopo alcune ore li facevano girare al contrario. Quando l’animale era sfinito veniva sostituito dall’uomo oppure il frantoio si fermava per un pò.

 Con la ruota il lavoro veniva svolto grazie alla forza dell’acqua e si lavorava notte e giorno, senza interruzione, facendo fare 2 turni agli operai.

Le olive macinate, scaricate nelle molazze, formavano una pasta nerastra, che

veniva messa dentro i fiscoli o sporte e poi torchiate (nel torchio in legno), cioè pressate.

   

    

Usciva allora il succo formato da olio ed acqua che veniva raccolto nelle bacinelle, le “baiuzze”. L’olio galleggiava perché si aggiungeva pian piano acqua riscaldata nella caldaia alimentata dalla sansa, la parte solida che rimane.

 

 

 

Ancora prima di questo metodo veniva usato il fiore della canna di palude, che si immergeva nella bacinella e si strizzava ogni volta nell’altra bacinella. La canna assorbiva l’olio, separandolo così dall’acqua. Dopo la metà dell’800 si usava la “piddha”, che alla fine doveva essere di vario diametro, dalla più grande alla più piccola per raccogliere fino all’ultima gocciolina  d’olio.

 

 Proprio questo enorme lavoro e fatica aumentavano il valore dell’olio. Il Barone invece delle molazze, usava il macinino per l’olio più raffinato , l’olio extrafino.

 

La pasta si pressava dentro i fiscoli più volte e ciò che rimaneva veniva messo alla fine nella centrifuga

 

 

per strizzare l’acqua dall’olio, chiamato olio di sansa, olio di 4° tipo, era nero, non buono per la cucina ma adatto solo a lubrificare gli ingranaggi

Il nocciolo che restava nei fiscoli, alimentava la fornace per produrre acqua calda utile al frantoio, veniva cioè utilizzato come combustibile, chiudendo così il ciclo produttivo, per cui dell’oliva veniva utilizzato tutto. Niente si buttava via.

 

 MISURARE L’OLIO 

 

L' Unità di misura oggi è il litro, o chilo.

Un tempo: le unità di misura locali qui erano  1 cavizzu = 12 litri

1 cavizzu era dell’agricoltore, 1 cavizzu del proprietario dell’uliveto, 1 cavizzu era del proprietario del frantoio.

 

Un’altra unità di misura è un quartuccio = 1Litro e ¼.

 

Ogni anno a novembre si stabiliva il valore del quartuccio. Una quarticeddha, un tempo, era per chi non aveva soldi, i più poveri, la povera gente, acquistava una quarticeddha d’olio che serviva solo per condire. Era ¼ di olio, cioè 250 ml.

 

Ad aprile il frantoio chiudeva la produzione di olio, ma continuava a lavorare producendo essenza di bergamotto per le estese coltivazioni locali di questo agrume, che fruttifica solo lungo la fascia costiera della provincia di Reggio Calabria. La sua essenza, fondamentale nell'industria profumiera, si produceva prima di novembre.

Queste sono taniche di spedizione, chiuse e sigillate venivano inviate per posta e servivano per spedire olio o essenza di bergamotto.

A maggio si lavorava alla coltivazione del baco da seta che cominciavano a schiudersi. I bachi venivano acquistati dal nord. Questa coltivazione avveniva spesso in casa e le donne che non avevano incubatrice, chiudevano i bachi dentro un fazzoletto di stoffa che sistemavano nel seno, perché stessero al caldo e si schiudessero. Le foglie del gelso, che erano raccolte nelle campagne vicine, venivano triturare e date ai bachi che se ne cibavano voracemente. Un baco produceva un solo filo di seta lunghissimo.

La seta prodotta veniva spedita a Villa San Giovanni dove si procedeva alla sua lavorazione.

Nel periodo successivo si produceva il miele, usando gli alveari sotto gli grumi delle campagne attorno. Circa 1000 alveari da cui si ricavava miele venduto persino all' Ambrosoli di Milano.
Durante la guerra il frantoio smise la sua produzione per riprenderla subito dopo. Negli anni 50 fu dismesso il sistema idraulico a favore di quello elettrico. Funzionò così, sfruttando l’energia elettrica, fino agli anni 70 ma poi fu chiuso definitivamente.

Abbandonato e danneggiato dal tempo, il tetto crollò. Ma nel 2000, dopo un’attenta ristrutturazione, fu riaperto al pubblico come Museo ed è così come lo vediamo oggi, aperto al pubblico.

 

 

Area grecanica

Tutta l’area grecanica si riconosce in tradizioni e cultura comune, basta pensare alle papazze di Bova Superiore , costruite in occasione della Santa Pasqua e che ricordano la dea persefone.

L’ulivo, utilizzato per costruire le papazze, assieme a fiori e frutti stagionali, è coltivato qui a partire dal V secolo a. C. , durante le colonizzazioni greche.

Fino a qualche decennio fa, durante la settimana santa, i bambini di queste zone giocavano con la troccola, un oggetto usato per fare rumore, che veniva suonato girando di casa in casa a raccogliere l’olio per accendere la lampada dell’altare maggiore della Chiesa di Bagaladi.

Per un lungo periodo la coltivazione dell’ulivo venne trascurata, tanto che anticamente, nel monastero di S. Angelo in Bagaladi, i monaci ortodossi, chiamati anche basiliani perché rispettavano la regola di San Basilio, erano gli unici che ancora si dedicavano alla coltivazione dell’olivo. Poi sono stati trasferiti da Bagaladi all’Eremo di Reggio Calabria

 


 

Costruiamo un'antica lucerca

 

 

1.contenitore
2.stoppino (anticamente era un fiore essiccato e capovolto)
3.acqua
4.Olio
 
L’acqua si usa per due motivi
1.se lo stoppino va a fondo si bagna e si spegne
2.quando si consuma l’olio, resta l’acqua e lo stoppino si spegne.
L’olio galleggia perché ha un peso specifico più leggero dell’acqua.
Se provo ad accendere l’olio, questo non si accende, ecco perché uso lo stoppino che galleggia grazie ad un galleggiante di sughero. Ora posso accenderlo
 
L’OLIO ha, dunque, anche la funzione di produrre energia

 


 

E adesso la degustazione

 

Nella sala “A poi ti cuntu”, avviamo il laboratorio sensoriale … compiliamo una scheda con tutti i dati che riusciamo a “leggere”, guidati ad osservare l’olio, annusarlo, assaggiarlo … alla fine sarà il nostro giudizio sensoriale.

 

 Procediamo ora all’analisi sensoriale dell’olio...
quando mangiamo utilizziamo non solo il gusto ma anche altri sensi come l’olfatto e la vista. La funzione degli odori è creare ricordi nella nostra memoria, così come tutti gli altri sensi.
Proviamo ora ad annusare l’olio, odoriamolo, guardiamolo bene: quando mangeremo il pane con l’olio mastichiamolo lentamente, cosa che dovremmo fare sempre durante la masticazione per facilitare la digestione e saziarci prima, senza ingerire eccesso di cibo.
Osservarlo è importante, la bontà o meno dell’olio si percepisce anche dal suo colore: si può capire che tipo di olio è: extravergine, verde, giallo chiaro, dorato… Il suo colore dipende dal metodo di raccolta: olive verdi, olio d’oliva extravergine verde. In queste nostre zone si raccolgono per caduta naturale, ecco perché l’oliva ha perso la clorofilla per ossidazione naturale e l’olio è di un colore giallo chiaro. Conservarlo adeguatamente è importante, lontano fa fonti di calore, in un luogo fresco e buio. Al riparo dunque dal calore e dalla luce, per evitare il contatto con l’ossigeno, che lo guasterebbe rendendolo nel tempo anche tossico. Questo perché l’ossigeno tende ad ossidare i prodotti alimentari, dunque anche l’olio che diventa amarognolo, ed acquista un colore giallo scuro. Non può più essere consumato. Solo alla vista perciò sappiamo se è buono o no.
 
Odori: odore di erba fresca, spremitura fresca (olio fresco, cioè appena prodotto), note e profumi di frutta fresca come mela, dimostrano che è ben conservato ma non è giovane (fresco). L’olio non è giovane quando ha un anno. Tra gli odori può esserci quello di legno secco, che solitamente ha l’olio maturo (di un anno o più) o di frutta acida, oppure ancora di metallo a causa di surriscaldamento (troppo calore) durante la lavorazione. Se sa di alluminio o plastica dipende invece dall’utilizzo di contenitori non adatti come lo sono, invece, il vetro e l’acciaio.
 
 
Ai primi di giugno i fiori (zagara) dell’ulivo cadono e si forma il seme. Vi sono tante varietà di olive con rispettive tipologie di foglie. Selezionando nel tempo le piante che davano il frutto migliore, si è giunti oggi ad avere la qualità chiamata sinopolese come la più diffusa e la preferita. Ha foglia lunga e, come tutte le altre specie di ulivo, ha due facce, la faccia superiore più scura e la faccia inferiore più chiara. Ecco il perché quando si guarda un uliveto in una giornata di vento, il gioco che fanno le foglie danno un riflesso diverso che va dal verde all’argento.
 
A Bova fanno le papazze in occasione della Santa Pasqua. Si utilizzano le canne secche, tagliate a metà e le foglie di ulivo staccate in coppia, lasciandole attaccate all’estremità. Vengono così girate ed annodate attorno alla canna per formare i rametti di ulivo che insieme a fiori primaverili e frutta fresca di stagione, formeranno le papazze. Eccone una pronta!!

 

 

  

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